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Responsabilità editoriale di ASviS

Il Covid cambia la prospettiva di giornali e Tv

Il giornalismo tradizionale, in crisi da anni, ha saputo reagire all’effetto della pandemia.

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Da futuranetwork.eu

 

Per cogliere come è cambiata l’informazione in Italia basta riprendere un vecchio articolo di Repubblica del 1993, pubblicato per commentare la relazione del Garante per l' editoria. Si legge che nel biennio 1991-1992, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari raggiungeva in media le 730 mila copie di diffusione al giorno, un ”record storico assoluto tra i quotidiani” italiani. Non solo: in occasione di particolari eventi, la quota di numeri venduti superò il milione. 

Questa estate, a luglio, con le straordinarie vittorie sportive raggiunte dagli atleti azzurri e nonostante le promozioni offerte dai quotidiani per gli abbonamenti digitali per l'estate, Corriere della sera e Repubblica hanno venduto rispettivamente 246 mila e 164 mila copie al giorno. Nessun altro giornale si è anche solo avvicinato a queste cifre. Sono dati molto bassi rispetto a 28 anni fa, ma sono comunque positivi se inseriti nel trend che da anni attraversano i quotidiani nazionali.

Noi e l’informazione

Gli ultimi due anni hanno rimesso al centro della vita quotidiana i mezzi di informazione tradizionali. Dal report della Ital communications e da quello del Censis “Disinformazione e fake news durante la pandemia: il ruolo delle agenzie di comunicazione” emerge una forte domanda di informazione da parte di una popolazione spaventata dall’emergenza sanitaria e bisognosa di chiarimenti sulle norme da seguire. Sono stati infatti 38 milioni (il 75,5% del totale) gli italiani che durante la pandemia hanno cercato informazioni nei tg o nelle trasmissioni televisive, sui giornali o alla radio. Mentre 26 milioni di persone hanno consultato i siti web ufficiali dell’Istituto superiore di sanità e della Protezione civile.

Al contrario, solo 15 milioni di utenti si sono informati via social network: un dato positivo, visto che Facebook, Instagram e le altre applicazioni nelle quali è possibile condividere contenuti tendono a proporre informazioni e notizie che “piacciono” all’utente, costruendo una sorta di bolla che, nel migliore dei casi conferma il fruitore nelle proprie idee, e nel peggiore lo espone a fake news e a notizie manipolate. 

Si tratta quindi di un quadro complessivo che dovrebbe rinfrancare, visto il pericolo della cattiva informazione in una fase così complessa per la vita pubblica, anche se le cose non stanno proprio così.

Secondo l’indagine condotta dal Censis per il 10,6% degli intervistati l’informazione raccolta durante il Covid era di pessima qualità o addirittura sbagliata. Gli Italiani hanno complessivamente percepito una informazione confusa, che secondo il 65% del campione invece di rassicurare ha finito con il veicolare timori e paura. Una percentuale che sale al 72,5% negli over 65 e arriva a sfiorare l’80% tra chi ha al massimo la licenza media. 

Media e fiducia dopo il Covid

Nel mondo, però, sulla scia del Coronavirus, la fiducia nell’informazione è complessivamente cresciuta: in media, secondo un’indagine effettuata dal Reuters Institute e riportato nel Digital news report 2021, il 44% degli intervistati afferma di fidarsi della maggior parte delle notizie, con una inversione di tendenza rispetto al precedente calo della fiducia, che torna così ai livelli del 2018. Contestualmente, la fiducia nelle notizie provenienti dalla ricerca e dai social è rimasta sostanzialmente stabile. Questo sembra indicare come, anche a livello mondiale, la popolazione stia preferendo fonti di notizie più accurate e affidabili piuttosto che i contenuti aggregati dai social. Nel sondaggio, la Finlandia rimane il Paese con il più alto livello di fiducia complessiva (65%), mentre gli Stati Uniti registrano quello più bassi (29%). L’Italia arriva al 40%, e recupera 11 punti rispetto alla rilevazione del 2020.

Nei Paesi con servizi pubblici di informazione forti e indipendenti, la crescita della domanda ha favorito le testate e le fonti affidabili, mentre questo si è verificato molto meno nei Paesi in cui la crisi sanitaria è stata trattata di meno o dove altre questioni hanno dominato l’agenda dei media.

Quasi ovunque, nonostante la crescita della domanda di informazione, i giornali cartacei hanno continuato a registrare un calo delle vendite, e si è accelerato il passaggio verso un futuro prevalentemente digitale. Questo comporta già da oggi un ripensamento del supporto sul quale verranno proposte le informazioni agli utenti. Secondo il Reuters Institute comunque “Sarebbe sbagliato (…) enfatizzare eccessivamente qualsiasi aumento temporaneo del consumo televisivo, dato il passaggio a lungo termine verso le fonti digitali”. Rimane comunque vero che “La scoperta più sorprendente sul consumo è stata la misura in cui le persone hanno privilegiato le fonti di notizie affidabili in generale”. Nonostante le criticità, dunque, la pandemia ha finito per mostrare il valore dell’informazione accurata e affidabile in un momento in cui sono in gioco vite umane. In molti Paesi gli utenti si sono rivolti con fiducia alle testate tradizionali e ai media in generale. Il divario della fiducia tra le fonti migliori e “le altre" è cresciuto, così come quello tra i media e i social media. Si tratta però di tendenze che non sono universali. Il Digital news report 2021 del Reuters Institute rileva preoccupanti disuguaglianze sia nel consumo che nella fiducia - con i giovani, le donne, le minoranze etniche e i militanti politici che spesso si sentono meno rappresentati dai media.

Nuovi supporti e idee chiare

Il mercato italiano dei giornali già da anni registra la tendenza a passare al digitale. I dati raccolti dall’Adg, un portale di informazione che monitora e certifica la tiratura dei giornali, testimoniano come negli ultimi due anni, a partire dal 2019, a fronte di un calo generalizzato delle vendite in edicola, quasi tutti i maggiori giornali italiani hanno registrato crescite importanti nell’ambito degli abbonamenti on-line, con alcune testate che hanno avuto crescite esponenziali. È il caso de La Verità, cresciuta addirittura del +118%, o del Fatto Quotidiano, che segna un +71,7%.

Se è vero che sempre più persone cercano un’informazione di qualità, anche in Italia rimangono sacche di popolazione che progressivamente si allontanano dai media e che sempre più spesso evitano del tutto le notizie. Si tratta dei giovani, soprattutto delle ragazze, e degli utenti con un livello di istruzione più basso.

Comunque, di fronte a tutte le opzioni disponibili per leggere e guardare le notizie, la maggior parte degli utenti raggiunti dall’Adg (74%) afferma di preferire ancora le notizie che riflettono una serie di punti di vista diversi e che consentono loro di formarsi un’opinione. La maggior parte degli intervistati pensa anche che gli organi di informazione dovrebbero cercare di essere neutrali su ogni questione (66%), anche se per alcune fasce di età più giovani prevale l’idea che l'"imparzialità" potrebbe non essere appropriata o desiderabile in alcuni casi, ad esempio sulle questioni della giustizia sociale.

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di William Valentini

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