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Evento sul Goal 5: il diritto alla salute deve fondarsi sulle differenze

La medicina di genere e il ripensamento della rete dei servizi sociosanitari assistenziali del Paese. E poi, lo sviluppo della medicina di prossimità e la collaborazione pubblico-privato. Questi i capisaldi dell’evento nazionale.

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Passi avanti nell’approccio alle cure, ma nei servizi sanitari serve una maggiore attenzione alle differenze di genere e lo sviluppo della rete territoriale dei servizi sanitari integrati con quelli socio-assistenziali. Questi i temi che hanno animato l’evento nazionale del 5 ottobre organizzato dal Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 5 (Parità di genere) nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile. L’appuntamento, dal titolo Donne, la medicina delle differenze, salute e servizi socio-sanitari integrati nel territorio”, si è svolto in presenza presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma e in diretta streaming, ed è stato aperto dalle parole di Marcella Mallen, presidente dell’ASviS: “Il Rapporto 2021 dell’Alleanza ha evidenziato situazioni di criticità per le donne: hanno perso più posti di lavoro, si è aggravato il peso dei carichi di cura anche a causa di un utilizzo non regolato e contrattualizzato dello smart working e della chiusura delle scuole, la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro è peggiorata e hanno subito un numero sempre maggiore di casi di violenza domestica”. Tuttavia, Mallen ha ricordato anche la rinnovata attenzione al tema del riequilibrio di genere, sia a livello nazionale che internazionale. La presidente ha poi introdotto il tema della trasversalità del Goal 5 con il Goal 3, in particolare sulla medicina delle differenze e ricordato l’importanza del rilancio dei consultori e dello sviluppo della telemedicina che, insieme alla domotica e alla digitalizzazione, offriranno nuove possibilità per l’efficientamento delle cure. Mallen ha proseguito soffermandosi sul tema della medicina del territorio, ricordando che “la crisi ha indotto a un ripensamento dei servizi sociosanitari del Paese, attraverso lo sviluppo della medicina di prossimità e la collaborazione tra pubblico e privato”. Infine, la presidente ha evidenziato come sia necessario “un nuovo modello di welfare in cui la salute non debba più identificarsi solo nella cura della malattia, ma prima di tutto nella promozione del benessere. Occorrono però azioni concrete e rapide”.

L’attenzione sul riequilibrio di genere

Liliana Ocmin, co-coordinatrice del Gruppo di lavoro sul Goal 5, ha esordito evidenziando come la parità di genere si sia tradotta, almeno sulla carta, in una priorità delle agende politiche europee. Anche in Italia, ha aggiunto, il tema è parte importante e trasversale del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr): dal rilancio del concetto di prossimità attraverso il potenziamento dei servizi e delle infrastrutture territoriali alla diffusione della telemedicina e della medicina di genere. “Molte malattie presentano spesso una diversa incidenza e sintomatologia tra uomini e donne, e una diversa risposta alle terapie. Le donne si ammalano di più, consumano più farmaci e possono presentare sintomi diversi, come nel caso dell’infarto miocardico”. Secondo Ocmin, l’Italia sta andando nella giusta direzione: la prima Strategia nazionale sulla parità di genere 2021-2026, che si ispira alla Gender equality strategy dell’Unione europea, rappresenta il punto di riferimento del governo, per dare seguito a quanto stabilito dal Pnrr che dedica una parte significativa alla medicina di genere. “Cosa fare dunque - ha aggiunto Ocmin - per rendere più universale questo nuovo e importante approccio alla salute e alle terapie? Su una cosa siamo tutti d’accordo, e cioè che occorre sensibilizzare, oltre alle donne e agli uomini come pazienti, il personale preposto alla cura come medici e operatori sanitari. E questo è possibile solo attraverso la formazione, cosa che si sta già facendo, ma che serve implementare in maniera più capillare su tutto il territorio nazionale. La medicina di genere deve divenire parte integrante della formazione medica e sanitaria.”

Carla Collicelli, sociologa del welfare e della salute e referente del Gruppo di lavoro sul Goal 3 (Salute e benessere per tutti), ha evidenziato tre punti fondamentali con riferimento ad un nuovo approccio alla medicina per le donne: l’accesso alle cure, il benessere psicologico legato alle condizioni di vita, il contrasto al disagio psichico (le donne soffrono maggiormente di disturbi psichici e di depressione). “Il Rapporto ASviS comprende un dettagliato elenco di proposte per riprendere la strada per la realizzazione dello sviluppo sostenibile”, ha aggiunto Collicelli, che ha anche ricordato una serie di iniziative messe in campo dal Gruppo di lavoro Goal 3 sui temi legati al capitale umano, alla salute e alle disuguaglianze: dal Decalogo ASviS sulla salute al contributo al nuovo Patto per la salute governo-regioni, al position paper “Salute e non solo sanità” per orientare gli investimenti in sanità in un’ottica di sviluppo sostenibile.

Rosanna Oliva de Conciliis, co-coordinatrice del Gruppo di lavoro sul Goal 5 e pioniera dell’affermazione dei diritti delle donne, ha moderato la tavola rotonda nella seconda parte dell’evento, ripercorrendo le tappe istituzionali che hanno portato al riconoscimento della medicina di genere.

Alessandra Carè, direttrice del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità, ha affermato: “La legge per la diffusione della medicina di genere è stata la prima in Europa, si tratta di un passo avanti. La sua applicazione sul territorio italiano è però molto eterogenea: dobbiamo abbattere le differenze che ci sono tra centri urbani e periferia ma anche tra una Regione e l’altra”.

Franca Maino, direttrice del Laboratorio Percorsi di secondo welfare, ha sottolineato che la pandemia ha messo a nudo alcune debolezze del sistema di welfare italiano: “Ci sono alcune categorie sempre più a rischio, tra cui le donne, specialmente se hanno figli e si trovano in una situazione lavorativa precaria. Il nostro welfare locale è un sistema assente rispetto ai nuovi problemi sociali, dalla mobilità all’invecchiamento, dai bassi tassi di natalità alla conciliazione vita-lavoro. La maggior parte dei servizi offerti a livello locale sono prestazioni a domanda individuale, che non sono in grado di aggregare domanda e offerta e di considerare le diversità di genere”, cui si aggiunge la difficoltà ad individuare i bisogni inespressi. Maino ha auspicato che il perimetro del contesto di cura che oggi grava in larga parte sulle famiglie venga trasferito sui territori. “Le sfide davanti a noi sono enormi: da un lato abbiamo il tema delle risorse che arrivano dal Pnrr; dall’altro il nodo della governance”.

 

La medicina delle differenze

Antonella Polimeni, medico e rettrice dell’Università La Sapienza di Roma, prima donna nella storia dell’ateneo a ricoprire questo ruolo. “La scienza medica riteneva che studiare il corpo maschile fosse sufficiente per capire anche il corpo femminile. Questo approccio è rimasto invariato fino agli anni ’90”. Polimeni ha osservato che stiamo evolvendo verso una medicina basata sulle esigenze dell’individuo, considerato anche da un punto di vista terapeutico nella sua unicità: “Si tratta di una rivoluzione culturale prima ancora che scientifica in grado di migliorare la salute di tutte le persone”.

Nel panel dedicato all’impegno delle istituzioni, il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, ha definito l’approccio alla cura che tutela le differenze come una conquista degli ultimi anni: “È importante riconoscere le specificità di genere, per tradurre queste differenze in modelli assistenziali capaci di migliorare la qualità della vita delle persone. In questa prospettiva l’Iss è presente e impegnato in tutte le sue articolazioni, ed è pronto a investire le sue risorse affinché tali tematiche, compreso il perseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, trovino concreta applicazione”.

La ministra per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, ha evidenziato la necessità di riconoscere che il diritto universale alla salute deve fondarsi sulle differenze, anche di carattere fisiologico tra uomo e donna. “Il messaggio chiave che ci consegna questa fase drammatica è che mai più possiamo permettere una riorganizzazione dei servizi socio-sanitari che non tenga conto della persona umana nella sua interezza. Solo in una piena e completa armonizzazione della nostra identità di donne e di uomini potremo costruire un modello di società più inclusivo e resiliente. All’interno di questo sistema, la questione della cura è fondamentale: nell’esperienza della pandemia abbiamo visto che l’elemento sanitario non può essere scisso da quello psicologico”, ha detto Bonetti, osservando che con il riordino del modello sociosanitario previsto dal Pnrr questi fattori saranno fondamentali.

 

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di Andrea De Tommasi

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