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Goal 1-10: esperienze territoriali significative, ma manca una visione di sistema

Riqualificazione dei territori, riduzione della povertà energetica, coordinamento società-istituzioni, interventi sui quartieri, dialogo con i cittadini: questi i temi del convegno nazionale su una giusta transizione ecologica.

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“C’è una grande mobilitazione della società civile”. Pierluigi Stefanini, copresidente dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, ha aperto così il convegno nazionale “La giusta transizione ecologica: quando la società è più avanti della politica”, nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile, organizzato dal Gruppo di lavoro sui Goal 1 (Sconfiggere la povertà) e 10 (Ridurre le disuguaglianze), svoltosi il 6 ottobre presso l’Auditorium del Palazzo delle Esposizioni di Roma e in diretta streaming.

“Nel nostro Rapporto lanciamo un grido di allarme: non stiamo agendo in modo deciso. Per questo è fondamentale una mobilitazione ampia e a tutti i livelli. Se c’è la volontà e l’impegno le cose si possono cambiare”, ha proseguito Stefanini, sottolineando l’importanza di aggiornare la Strategia nazionale di sviluppo sostenibile collegandola al Pnrr, identificare target precisi per il 2030 e individuare azioni coerenti con il Green Deal europeo.

Il grande tema della ricchezza comune. A seguire, ha introdotto gli interventi Vittorio Cogliati Dezza, coordinamento del Forum disuguaglianze e diversità. “Capire in quale situazione ci inseriamo è fondamentale per la messa a terra delle indicazioni. Quello che è successo a Milano (la Pre-Cop, ndr) ha avuto una risonanza unica. La politica internazionale non ha più molto tempo e deve iniziare a usare un linguaggio semplice e accessibile a tutti”.  

“Come dice Don Milani: ‘Caricare il peso della transizione ecologica in parti uguali tra disuguali vuol dire accrescere solo le disuguaglianze’”, ha proseguito Cogliati Dezza. “I vulnerabili sono quelli che pagano di più la crisi climatica e pandemica, e oggi siamo qui per questo”. Secondo il coordinatore del Forum DD bisogna affrontare il “grande tema della ricchezza comune (servizi sociali, istruzione, servizi culturali, accesso mobilità sostenibile, accesso al verde, qualità dell’aria): questa ricchezza consente di donare dignità alla vita individuale e collettiva, compensando la ricchezza privata”.

Migliorare la povertà energetica. Giovanni Carrosio dell’Università di Trieste ha esposto il percorso di una “ricerca-azione” sulla povertà energetica e la giustizia sociale nelle microaree triestine. “I poveri di energia sono le persone che si trovano in situazioni molto diversificate: morosità strutturali, rinuncia a spese alternative pur di pagare le bollette, rinuncia a scaldarsi nei mesi invernali o a rinfrescarsi in quelli estivi. È chiaro che una misura esclusivamente statistica del fenomeno abbia margini di inattendibilità”. L’obiettivo della ricerca è dunque quello di indagare questo fenomeno da un nuovo punto di vista: “Stiamo portando avanti una ricerca-azione che possa piegare ambientalmente le politiche sociali, o piegare socialmente le politiche ambientali, aiutando le persone a reinvestire sul verde e a puntare sull’efficienza del fabbisogno energetico, capendo, ad esempio, come accedere al bonus energia”.

Bisogna incontrare le persone. “La povertà non è una casualità né un’emergenza contingente. Stabilire paradigmi risulta decisivo per combattere la povertà”. Queste le parole di Federico Valenzano, di Caritas Modena, che ha richiamato l’importanza di dialogare efficacemente con le istituzioni. “Il lockdown ha offerto varie possibilità: abbiamo incontrato le persone presso le loro abitazioni, abbiamo condiviso parte del nostro tempo nei loro spazi di vita quotidiana. Non è sufficiente dare, bisogna intervenire per rendersi conto, e mettere a fuoco i problemi che devono essere risolti. Bisogna aprire occhi e orecchie”.

Il progetto “Fiducia nella città”. A questo proposito, Elena Bellei, di Caritas Modena, ha sottolineato che “il progetto ‘Fiducia nella città’, promosso sempre da Caritas, ha come obiettivo di rilevare le necessità inespresse della popolazione”. A questo proposito, è fondamentale “osservare i contesti condominiali, la mancanza di legami e fiducia nel vicinato, rendendo i soggetti che non hanno spazio e non vengono coinvolti protagonisti della discussione”.

           

L’innovazione di una comunità energeticaMaria Teresa Imparato di Legambiente Campania ha invece parlato dell’“avventura” della prima comunità energetica e solidale di San Giovanni a Teduccio. “Il 4 maggio eravamo sul tetto per fare il primo sopralluogo”, ha ricordato Imparato. “Un impianto fotovoltaico di 53 Kw/h. Con le mamme del quartiere, abbiamo firmato il primo atto notarile per costituire una comunità energetica, spiegando che ci sarebbe stata la possibilità di produrre energia ma anche di condividerla”.

“Le 40 famiglie non solo riceveranno l’energia pulita”, ha sottolineato Imparato, “ma con un sistema di accumulo l’energia in più verrà venduta al gestore nazionale. Questa è una storia di riscatto”.

Gli strumenti di policy territoriale. Gaetano Giunta, segretario generale Fondazione di comunità di Messina, ha portato invece esempi di policy territoriale. Uno tra questi riguarda l’emergenza abitativa: “A Messina, 2000 famiglie ancora vivevano nelle baraccopoli, dopo il terremoto del 1908. In questi luoghi le persone hanno una vita media da tre a otto anni inferiore a quella del resto della città”. Per combattere questo fenomeno sono state generate due alternative: una tradizionale, di rimodernamento delle abitazioni in disuso; l’altra che ha invece previsto l’utilizzo di un “capitale di capacitazione” per acquistare case di proprietà. “Le ex baraccopoli sono diventate beni comuni, dove stiamo sperimentando comunità energetiche governate da hub in grado di redistribuire energia secondo bisogni sociali e prezzi differenziati”.

Il caso del Rione Stanga di Padova. Elisa Nicoletti, di Legambiente Padova, ha invece raccontato i risultati del progetto sul Rione Stanga di Padova, “la prima periferia urbana della città”, diventata famosa per il “ghetto del Muro di Vianelli”. Nel 2005, infatti, in quest’area sono state erette delle mura per isolare i “palazzoni” dal resto del territorio, perché sede di spaccio. “A dicembre 2019 è iniziata la demolizione di palazzine, e sorgerà lì una nuova questura”, ha sottolineato Nicoletti. “Molte associazioni si sono attivate per migliorare la condizione del contesto. Il comune di Padova ha istituito un tavolo di coordinamento territoriale che mette insieme realtà formali e informali della zona, stimolando interventi per migliorare la situazione”. Tra questi il progetto “Diamo ossigeno ai quartieri”, che valorizza la ricchezza del territorio, rivitalizzando o creando luoghi di ritrovo dove si possa fare comunità. 

Riconnettersi con la natura. “Questo mondo ha bisogno di aprirsi a quello dei non esperti”, ha ricordato invece Fabio Volo, scrittore e speaker radiofonico. “Bisogna decodificare i messaggi: esiste una fetta di società che ha coscienza dello sviluppo sostenibile, ma parte che invece non ne ha”.

“Credo che il problema reale sia la riconnessione con la natura”, ha aggiunto Volo. “La natura ci consegna una grammatica comportamentale. Noi non entriamo nella natura, ma siamo la natura. Non ho bisogno di dire ai miei bambini di non buttare la carta per terra: è la natura a farlo”.

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di Flavio Natale

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