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Sport, non solo passione, per i giovani è anti stress e inclusione

Ricerca Terre des Hommes e OneDay, zedders chiedono più strutture e accessibilità

Amicizia sul campo di basket foto iStock. © Ansa
  • Redazione ANSA
  • 29 agosto 2021
  • 19:11

L’estate 2021 sarà ricordata come una delle più sportive di sempre: il trionfo degli Azzurri agli Europei di Calcio, la finale del tennista Matteo Berrettini a Wimbledon o della Nazionale di Volley femminile Under 20 neo-laureata campione del mondo. E ora le Olimpiadi di Tokio, l’appuntamento più prestigioso per lo sport mondiale.
Questi eventi internazionali portano miliardi di persone a seguire decine di sport differenti, ma lo sport è davvero inclusivo e alla portata di tutti? Terre des Hommes e OneDay l’hanno chiesto a mille giovanissimi, tra i 13 e i 23 anni, provenienti da tutta Italia attraverso l’Osservatorio Permanente sullo Sport e le Nuove Generazioni e il risultato è sorprendente: lo sport piace a tutti, ma non è poi così inclusivo come si pensa anzi è scenario di discriminazioni e abusi. Non solo: non ci si investe abbastanza tempo e denaro!
L’anno che abbiamo trascorso, tra lockdown, paura del contagio e distanziamento sociale, è stato certamente fonte di stress, solitudine e inattività per ragazzi e ragazze, che hanno cambiato completamente il loro stile di vita. Non stupisce quindi che la maggior parte di loro viva oggi lo sport principalmente come un’esigenza e una valvola di sfogo: 6 ragazz* su 10 dicono che il motivo per cui fanno attività fisica è proprio per scaricare stress, ansie e fatiche scolastiche, solo il 37% racconta di praticare uno sport per passione e tra i commenti ricevuti leggiamo: “Per colpa della pandemia non trovo la voglia di allenarmi, prima ero più attivo”.
Ragazzi e ragazze credono nello sport come strumento di inclusione, però il 77% di loro ritiene che lo Stato e le Istituzioni non investono abbastanza per renderlo tale, tanto che nelle scuole e nelle città non ci sono sufficienti strutture per renderlo accessibile a tutti gratuitamente (il 50% dei giovani dichiara che nelle loro scuole non hanno campi sportivi).
Ma non solo, gli zedders (i giovani della generazione Z) hanno le idee chiare anche sul tema delle differenze di genere: ritengono infatti che i ragazzi siano spesso, ingiustamente, avvantaggiati rispetto alle ragazze nella carriera sportiva così come negli stipendi (sostenuto da oltre il 90%) e che dentro e fuori dalle competizioni sportive troppo spesso si verifichino episodi di bullismo (42%), violenza (sia verbale che fisica, rispettivamente 72% e 46%), abusi e molestie sessuali (17%). Infine, circa 1/3 tra ragazzi e ragazze dice di aver subito comportamenti inappropriati da parte di adulti e il 45% da pari. Diminuiscono le percentuali di chi dichiara di aver subito comportamenti inadeguati dal punto di vista sessuale da adulti, o da pari; scendiamo rispettivamente al 7 e al 9%.
I giovani, però, sono intenzionati ad essere protagonisti del cambiamento, anche nel mondo dello sport: il 60% di loro vorrebbe contribuire a scrivere un regolamento condiviso da atleti, famiglie e società sportive per renderlo più equo, inclusivo e sicuro.
 “Attraverso questo Osservatorio ragazzi e ragazze ci fanno capire quanto lo sport sia una parte fondamentale della loro vita, esprimendo tutto il disagio che hanno vissuto in questo anno e mezzo di pandemia, quando non hanno potuto praticarlo regolarmente. Non solo, i giovanissimi ci dicono anche chiaramente tutto quello che non va nel mondo dello sport, dove purtroppo sono presenti discriminazioni, bullismo e abusi. I campi da gioco sono un luogo cruciale per la crescita di bambini, bambine, ragazze e ragazzi e dobbiamo garantire che siano un ambiente sicuro, sereno e piacevole per tutti.”, commenta Paolo Ferrara, Direttore Generale di Terre des Hommes Italia. “Abbiamo voluto indagare il ruolo sociale dello sport per la GenZ e il risultato è una lucida consapevolezza: i giovani ripongono grande fiducia nello sport attribuendogli un ruolo fondamentale come motore di inclusione sociale, ma ritengono che le istituzioni non facciano abbastanza. Credo proprio che dovremmo ascoltarli di più!” conclude Gaia Marzo, Corporate Brand Director & Equity Partner OneDay Group.

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